Colombo

Un prologo e dodici capitoli per raccontare la tragedia di un bighellone, il Colombo di Francesco Tullio Altan

[storia]

Colombo


Versione un po' romanzata dal grande Altan delle gesta di Cristoforo Colombo, prode navigatore italiano che cercava le Indie e scoprì l'America nel 1492.
Altan non ama riprendere fedelmente le vicende storiche, almeno nella veste ufficiale in cui ci sono state tramandate, così ancora una volta, dopo Casanova e prima di Franz, ci regala una biografia assolutamente non autorizzata che probabilmente ha ben poco di vero ma potrebbe anche essere plausibile.
La storia è divisa in un prologo e dodici capitoli:

Prologo
I) La tragedia di un bighellone
II) Brutti momenti per il bighellone illuminato
III) Bonaccia per un bighellone
IV) Stolto è il bighellone che si prefigge una meta
V) Il senso di colpa aumenta la velocità di un bighellone
VI) Ad ogni bivio il bighellone spasima
VII) Chi si muove, il bighellone o la strada?
VIII) L'arrivo è un lapsus che i bighelloni pagano caro
IX) Un bighellone che arriva si scava la fossa
X) Se al vegabondo non interessa il paesaggio, figurarsi cosa ci interessa il vagabondo al paesaggio!
XI) Qualsiasi fesso merita un destino
XII) Amaro è il ritorno del figliol prodigo, se suo papà è morto

Colombo - il capo indigeno GinoGino, il saggio capo degli indigeni, padre di Hugo

Nel prologo a colori viviamo in parallelo la nascita di Hugo, un indigeno delle americhe (nella verdissime e incontaminate isole dei caraibi), immersa nella natura e la nascita di Colombo, in una ruspantissima e sozza Genova. La madre di Cristoforo, Luana, vorrebbe abortire ma non riesce a pagarsi l'intervento e decide, per ripicca, di far diventare suo figlio un qualcuno ('Ci leccherete la strada dove passa!') quasi poi pentendosi della cosa una volta resasi conto delle difficoltà ('E a me mi tocca di farlo diventare un grand'uomo. Sola, al verde e a sedici anni.').
Fine del prologo a colori e inizio della storia che si apre con le navi già in mare dirette verso quelle che Colombo ritiene essere le Indie. Sin dalla sua prima apparizione Colombo non fa una gran bella figura; lo vediamo nella seconda vignetta del primo capitolo lamentarsi dell'ulcera e nella terza vignetta è già lì che vomita. E' questa un'azione che ripeterà di continuo nel corso del fumetto, nelle occasioni più disparate. Colombo è grasso, sudaticcio e non di bell'aspetto. Anche le qualità di navigatore non sembrano eccelse: mente biecamente alla ciurma sulle miglia percorse e va in pallone di fronte ad una bussola. Lo vediamo portarsi a letto il piccolo Mario, un 'mozzo dolce come un sorbetto' premurandosi per tempo di accertarsi di non aver a che fare con la solita fanciulla travestita da mozzo ('non ci mancherebbe che una donna incinta, su questa barca').
Il piccolo Mario non sembra averne a male o portare rancore, anzi è pieno di ammirazione per il vecchio lupo di mare.
Colombo ne approfitta per raccontare al mozzo la sua vita, la sua gioventù e i fatti che lo hanno portato sin là.
Il racconto del passato di Colombo viene interrotto e ripreso più volte, mediante efficaci flashback, e Colombo non perde occasione per narrare le sue vicissitudini.
Veniamo così a conoscenza, a più riprese, dell'infanzia di Colombo, bambino cresciuto a ovetti freschi, della sua adolescenza passata a destreggiarsi tra gli innumeri 'zii' della madre (in realtà clienti), a servire ai tavoli dell'osteria materna, a tentare di partecipare alle discussioni con gli studenti abituali frequentatori dell'osteria (da cui viene regolarmente dileggiato) e soprattutto delle 'notti di fervore ed estasi' passate chiuso nella propria cameretta con tra le mani l'immagine della regina Isabella. Per poter gestirsi meglio questi momenti e non aver più a che fare con gli studenti dell'osteria chiede di essere rinchiuso in un collegio di preti (anche se alla madre dirà di voler 'studiare la cosmografia e la parallasse e costruirmi un domani').
In collegio si forma, cerca lo scontro con gli austeri insegnanti ('dio non esiste' grida ad un prete durante la lezione) ma viene sconfitto dall'astrusa logica dello stesso ('E' ovvio che non esiste ! Ma a noi cosa ce ne importa? Dillo, Colombo?') non riuscendo a sostenere il contraddittorio con chi evidentemente ne sa più di lui.
Uscito dal collegio riesce finalmente a trovare lavoro e ad imbarcarsi su una nave diretta in Africa. Qui si imbatte in un naufrago, unico superstite di una nave di ritorno dalle Indie, che gli parla della possibilità di raggiungere le Indie da occidente. Il nostro eroe prende gli opportuni provvedimenti per far si che la notizia resti riservata (affoga senza pensarci su troppo il povero marinaio) e si prodiga per cercare di organizzare un viaggio per le Indie e prendersi il merito della geniale intuizione.
La cosa è meno facile del previsto e non tanto per lo scettiscismo riguardo alla 'rotondità' della terra o alla difficoltà dell'impresa, ma più che altro per una specie di indolenza generalizzata, che sembra contagiare tutti i personaggi, interessati ognuno al proprio tornaconto e ai piccoli privilegi. Arrivare in fretta in India sembra non interessare a nessuno e non si capisce perché Colombo sia poi così accalorato dall'idea, se non per una chimerica fama di gloria. 'Ma io la gloria la voglio, perché mi spetta! Io me la sono sudata! Ho l'ulcera!' dirà più tardi Colombo di fronte alla ciurma in stato di agitazione; una gloria cercata più come dovere che come effettivo bisogno o predisposizione d'animo.
Colombo cerca la complicità della regina per poter portare a termine la missione, riesce a diventare uno dei tanti amanti della stessa e ad ottenere di essere ascoltato dai dottori di Salamanca, per esporre la sua idea ed ottenere il beneplacito al viaggio. Dopo un primo rifiuto riesce ad oliare i giusti ingranaggi ed ottenere il via libera. Gli scrupolosi dottori credono bene di fare comunque un interrogatorio a Colombo ('E' meglio fargli qualche domanda, tanto per scena senò vanno a dire che ci pagano sottobanco') e con poche domande riescono quasi a farlo desistere dall'impresa. Ancora una volta Colombo non si dimostra all'altezza di sostenere un contraddittorio, per quanto assurdo anche questo.
Finalmente è tutto pronto per il viaggio, c'è solo da trovare l'equipaggio (formato da galeotti e poco di buono) e si parte. Questo 'avvenne un giovedì, verso la fine del sec. XV', come ci precisano le note a margine di Altan.
Il viaggio si dimostra tutt'altro che semplice tra l'incompetenza e le beghe delle alte sfere (Colombo, Pinzòn
e Lopez), l'allegra riottosità della ciurma e le insidie del mare. Impagabili gli ordini di Colombo, quasi sempre sbagliati se non completamente assurdi.
Il premio di trentamila scudi al primo che avesse adocchiato la terra rende più interessante il viaggio ad una ciurma ormai sfibrata e che dà i primi segnali di rivolta.
Le navi sfiorano le coste americane già una prima volta verso la fine del VI capitolo, ma sonno e vino fanno in modo che nessuno dell'equipaggio se ne renda conto; l'arrivo è quindi rimandato al capitolo VIII, preannunciato nel cap. VII da un monumentale stormo di uccelli che sommerge la nave di Colombo di guano.
Quando finalmente la Santa Maria toccherà terra lo fara da sè, nonostante la promessa di un premio nessuno si accorge di niente e la nave va ad incagliarsi a terra. A questo punto sarà Lopez a gridare per primo 'terra' ed ottenere il fatidico premio da trentamila scudi salvo dividerlo poi con lo stesso Colombo e con il risentito Pinzon.

Colombo - L'epico momento dello sbarco


Finalmente approdati, trasformato il famoso bacio di Colombo alle coste appena raggiunte in una semplice rovinosa caduta, non resta che confrontarsi con gli indigeni, i selvaggi abitanti del luogo, e lo storico incontro con i nativi schierati di fronte a Colombo e la sua ciurma non può che essere favorevole ai nativi puliti, ordinati, pacifici e di bell'aspetto rispetto all'accozzaglia di visi stravolti e caricaturali degli uomini civilizzati, con i loro vestiti logori, unti e assolutamente ridicoli.
Il primo incontro non dà i risultati sperati, gli indigeni si ritirano nella giungla e i nostri 'eroi' restano a confrontarsi con l'ambiente ostile dell'isola, la scarsità di cibo e gli animali pericolosi.
Nel secondo tentativo di contatto con gli indigeni Colombo e i suoi decidono di denudarsi per 'abbassarsi' al livello degli indigeni e conquistare il loro favore; i selvaggi a loro volta si vestono con i loro scintillanti abiti da guerra ed anche in questo secondo incontro il vantaggio non può che essere per le popolazioni locali.
Finalmente Colombo riesce ad avere un colloquio con Gino, il capo degli indigeni; cerca, come nella migliore tradizione, di imbonirlo con doni di nessun valore, dei piccoli specchietti da viso, cercando di ottenere in cambio oro e metalli preziosi ma ottenendo solo del fumo. Il fumo, appena poche boccate di pipa, sembra esaltare in maniera strana Colombo che, allegro ed eccitato, non è più in grado di dare ordini e vagando senza meta va a finire, in stato confusionale, su di un isola deserta.
Nel frattempo Pinzon si dedica ai piaceri della carne con le indigene. Lopez e Padre Pietro ne approfittano per cercare di estorcere agli indigeni informazioni sull'oro e le altre ricchezze che credono nascoste dagli indigeni.
Ne scaturirà uno scontro con gli indigeni, la superiorità militare dei conquistadores gli renderà facile la vittoria anche se delle ricchezze tanto agognate non si troverà traccia.
Con mezzi di fortuna, Colombo e una parte dell'equipaggio si avvieranno sulla via del ritorno portandosi dietro alcune testimonianze del nuovo mondo e alcuni indigeni tra cui Hugo. L'ordine di Colombo ('Rotta a ponente!!') porterà un po' di scompiglio tra i marinai ('cazzo! di nuovo?') salvo chiarire ancora una volta trattarsi di un errore del prode condottiero.
Dopo un ulteriore equivoco (scambiare il Portogallo per la Spagna), Colombo finalmente tornerà in Spagna, si recherà dalla regina, insieme ad Hugo, e farà presente l'eccezionale impresa compiuta. Ancora una volta questa grande impresa non sembra interessare nessuno fuorché Colombo. L'atteggiamento della regina resta molto freddo, tanto più che dal nuovo mondo non sembra si siano riusciti a ricavare i tanto ricercati oro, rubini e spezie.
Un Colombo afflitto e sconsolato ('un dì gliela faremo vedere, Hugo!') si allontana dal palazzo con a consolarlo solo l'indigeno Hugo.
Questa è solo per grandi linee la storia che Altan ci narra, la sua versione dei fatti, una giostra di personaggi e situazioni spesso assurde e paradossali, spesso plausibili e perfino veritiere. Abbiamo in Colombo una gestione dei pesonaggi molto corale in cui il condottiero genovese è il protagonista ma ci sono tanti comprimari interessanti e costantemente presenti.
E sotto la materia comica ci sono molti spunti di riflessione e di critica su società, chiesa, progresso e così via per chi non vuole fermarsi soltanto all'aspetto più giocoso e irriverente di questo gran bel fumetto.

(01/12/2008)

Di seguito alcune delle edizioni pubblicate, in volume o rivista, della storia Colombo

Rivista: linus
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